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Santa Giusta, "la borgata di Cirras come un polo di attrazione per i pensionati europei"


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Paese

Dati Generali
Il paese di Santa Giusta
La chiesa romanica che domina sulla piazza principale è sicuramente il monumento simbolo di Santa Giusta, centro di 4400 abitanti che sorge a pochi chilometri da Oristano sull’omonimo e pescosissimo stagno.Edificata nel XII secolo, la chiesa è stata costruita con il marmo proveniente in parte dalle rovine di Tharros ed è uno degli esempi migliori dell’arte romanica in Sardegna. Santa Giusta è stata invece fondata dai Fenici, che le diedero il nome di Othoca. Di questa presenza rimangono la necropoli “Is Forrixeddus?e i resti della città alta. Della dominazione romana sono visibili il ponte sul rio Palmas e alcuni resti del sistema di strade lastricate in cui venne inserita. Sino al 1410 Santa Giusta fece parte del giudicato d’Arborea per poi passare agli Aragonesi.Sullo stagno di Santa Giusta, da sempre una risorsa ambientale ed economica per la gente locale, si svolge ogni anno la particolare regata dei “fassonis?, tipiche imbarcazioni di giunco che fino a pochi decenni fa erano ancora utilizzate dai pescatori per l’attività quotidiana. Durante la festa, è possibile degustare i muggini pescati nello stagno, arrostiti alla brace, e accompagnati da ottimo vino locale.
Il territorio di Santa Giusta
Altitudine: 0/775 m
Superficie: 69,17 Kmq
Popolazione: 4408
Maschi: 2202 - Femmine: 2206
Numero di famiglie: 1404
Densità di abitanti: 63,73 per Kmq
Farmacia: Via Rockefeller, 3 - tel. 0783 358030
Guardia medica: (Oristano) - tel. 0783 303373
Carabinieri: via Giovanni XXIII, 201 - tel. 0783 359222
Polizia municipale: tel. 0783 359614

FotoGallery



Storia

SANTA GIUSTA, terra della Sardegna nella provincia di Busachi, compresa nel primo mandamento della prefettura d’Oristano, e nell’antica curatoria del campidano maggiore del regno di Arborea.

Dista da Oristano poco meno di un miglio e mezzo verso ostro-scirocco, del quale pare pure un sobborgo, e trovasi sulla grande strada maestra, alla orientale sponda dello stagno del suo nome.

Noto due vie principali, una delle quali, la maggiore, è parte dell’indicata grande strada, l’altra è nominata de Ballis (sa ruga deis Ballus) perchè nella parte, dove essa è più larga, si suole nelle domeniche e in altre feste, in cui il popolo vaca dalle opere, radunarsi la gioventù dell’uno e dell’altro sesso per sollazzarsi nella danza in presenza de’ loro genitori.

Nel tempo del Fara, sebbene da non molti anni fosse stata soppressa la sede vescovile, era l’abitato minore che presentemente, perchè non v’era che una sola strada.

Quasi ogni casa tiene alle spalle un cortile, dove è rara che manchi la ficaja, il cui frutto pare a’ campi-danesi gradito più d’ogni altro. Alcuni vi coltivano quelle più comuni specie ortensi, che servono ordinariamente per la cucina.

Essendo le abitazioni disposte come si è accennato sulla sponda orientale dello stagno, deve pertanto di necessità patirvisi molta umidità, la quale è accresciuta da’ vapori di alcuni ristagnamenti che sono intorno; ed essendo i fondi in qualche parte fangosi non può mancare che nel prosciugamento parziale, o totale de’ pantani sorgano effluvii perniciosi, e sia da’ medesimi viziata l’aria.

Ne’ tempi caldi i calori sono alquanto moderati per i venticelli periodici del mare e per la mite ventilazione che causano le acque.

Il detto vizio dell’aria poco nuoce agl’indigeni, usciti dalla prima età, e infatti gli abitanti di s. Giusta sono sani e robusti, e a vederli non vuol credere un viaggiatore che l’aria sia tanto malsana, quanto infamasi da quelli che conoscono i perniciosi effetti della sua insalubrità o per averli sofferti, o per averli osservati.

Se non sieno altre cause di malattie e languori, ma vivasi con saggio metodo e si usino le necessarie precauzioni contro ciò che possa alterare e deteriorare l’organismo, si avanza negli anni e toccasi anche l’ottantesimo con vigore di facoltà.

Le malattie più ordinarie e generalmente mortali sono le infiammazioni, alle quali dan causa le variazioni troppo sentite della temperatura, e forza micidiale gli effetti della intemperanza.

Territorio. L’estensione superficiaria, racchiusa ne’ termini del territorio di s. Giusta, è considerevole se non che la maggior parte è coperta dalle acque.

Il bacino principale è quello dell’accennato stagno, la cui circonferenza si computa di miglia 5 1/2 con lunghezza nella linea ostro-borea di miglia 2, con larghezza, nella direzione levante-ponente, di migl. 1 4/5, e con superficie di migl. quad. 2, o poco più.

Ha varii seni, e il più notevole è quello di ponente, donde apresi un canale di miglia 1 2/3, in direzione verso maestrale alle foce del Tirso, per cui scorre l’acqua ora in afflusso, ora in riflusso.

I bacini minori sono due al levante di detto stagno maggiore, uno detto Pauli majori, che trovasi a egual intervallo da s. Giusta e da Palmas, con una superficie di circa starelli 150, in distanza di un solo miglio dallo stagno maggiore; l’altro detto di Pauli-e-figus, che resta più vicino al detto stagno è, ed ha una superficie di circa star. 200; sono cinque all’austro e possono avere complessivamente un’area di star. 250.

I due stagni di levante hanno comunicazione con lo stagno di s. Giusta, ed il primo per il canale così detto della Porta di s. Giusta, dove sussiste ancora una torre merlata, sotto la quale doveano passare quanti dalla parte di Uras volevano entrare in Oristano per la via più breve. Il canale di detto stagno che abbassavasi sotto il limitare di detta Porta vietava il passaggio quando il ponte era levato. Probabilmente altri ostacoli, posti nelle uscite da’ poderi chiusi, impedivano, nel tempo de’ Giudici e de’ Marchesi, che si potesse arrivare alla città dalla parte dove eran quei diversi abitanti, che aveano il nome di Palmas con un particolare aggiunto di distinzione.

Lo stagno di Pauli-e-figus è traversato dalla grande strada.

Quando per copiose inondazioni levasi il livello delle acque, gli stagni minori fanno col maggiore un solo stagno. Le acque si sono talvolta tanto elevate da superare il dorso dello stradone di Paulifigus in modo da impedire il passaggio anche a’ cavallanti più arditi, allora resta anche sommersa la parte più bassa del paese.

Il territorio di s. Giusta è tutto piano con poco sensibili accidenti.

Mancano le fonti, ma si ha un pozzo di acqua dolce, il quale è situato in piccolo braccio dello stagno, e però in mezzo all’acqua salsa.

La linea dei termini di s. Giusta prende parte della gran landa, che dicono Campo di s. Anna, immenso territorio piano, largo dal piè della montagna Arci agli stagni di circa miglia 5 1/2, dove più; e lungo dalle vigne di Marrubio a quelle di Palmas di circa miglia 8.

In questa landa sono frequenti i cinghiali e i daini, e gli oristanesi vi si recano spesso alla caccia di corsa. Un drappello di cavalli procedendo in larga schiera attraversa le macchie preceduto da levrieri e mastini; e quando sia scovato dalla macchia il cinghiale, due o tre de’ più abili cavalieri, armati di schioppo e di veruto, lo inseguono a briglia sciolta, finchè stanca la fiera rallenti la fuga, ed o sia fermata dai cani, o possano i cavalieri colpirla col fuoco oppure col ferro. Quando la bestia perseguitata non rimetta nulla della sua celerità deve allora il cavaliere far in modo di respingerla dove sono gli altri cacciatori perchè assalita da più parti non scampi e non si rinselvi. Se i cavalli sono leggeri e bene addestrati la caccia è sempre fortunata. CARLO ALBERTO, quando, essendo ancora principe di Carignano, visitava la Sardegna, e passava in detto Campo, prese parte in una caccia consimile e uccise una daina.

Ne’ terreni sabbiosi, che sono alle sponde dello stagno di s. Giusta e del Sassu, e negli spazii consimili, che si distendono dagli stagni a Palmas, trovasi la tuvera, specie particolare di pomi di terra, di color giallognolo, che amasi per le buone mense.

Sono gli stagni popolati da numerosissime generazioni di uccelli acquatici, ed è un piacevolissimo spettacolo la caccia che suole farsi. Ogni cacciatore va per le acque da una in altra parte, dove in stormi immensi galleggiano gli uccelli, li scompiglia, li spaventa, e mentre quelli levandosi a volo passano presso lui per ritirarsi in altra parte dello stagno, si scarica lo schioppo e cadono molti. Accade assai spesso che un solo cacciatore prenda in poche ore ottanta capi e anche cento.

Le specie, che in numero infinito vivono ne’ detti stagni, sono muggini e anguille.

I pescatori usano la rete, la nassa, il veruto, e la fiocina, vagando per lo stagno sopra piccioli cii (barchette a fondo piatto), e sopra i così detti fascioni, che sono piccole rozze carcasse, che per tavole hanno fasci di sala. I cii saranno da 25 a 30. I fascioni, soliti navicelli de’ poveri, sono in numero maggiore. Nelle notti oscure si pesca a fiaccola.

Le arselle, che si prendono ne’ fanghi dello stagno sono infinitamente inferiori a quelle dello stagno di Marcellino, e però senza pregio.

La pesca più ricca si fa nelle peschiere, che diconsi, una Pesaria, l’altra Peschiera nuova.

La Peschiera di Pesaria è formata nell’accennato seno occidentale dello stagno di s. Giusta, all’imboccatura dell’indicato canale, ed è alimentata da questo.

La Peschiera nuova trovasi all’altro capo del canale, presso la foce del Tirso, ed è alimentata dallo stesso canale.

A poca distanza da questa è un’altra peschiera nel fiume Tirso, di spettanza del marchese Arcais che l’appalta in ll. 5000 e più.

Dopo queste sono a notare le peschiere minori di Pauli majori e di Pauli-e-figu.

Il duca di s. Giovanni, Vivaldi Pasqua, è proprietario di queste e le suole appaltare per ll. 15 mila circa.

Oltre le indicate peschiere sono due canali, dipendenti dai piccoli stagni; e il diritto della pesca in uno di essi è dell’arciprete d’Oristano, nell’altro è del seminario, l’appalto di ciascuno non produce più di ll. 500.

In ogni peschiera è una o più capanne con una famiglia di otto o più persone, capo delle quali è il così detto pesatore. Sono mantenuti dall’appaltatore ed hanno un salario.

La gran parte del vitto ordinario de’ pescatori è la merca, in lesso o in arrosto, e fassi la merca co’ pesci gettati nella caldaja bollente o sulla graticola ancora vivi, e poi composti sopra uno strato di erbe marine.

Si pesca tutti i giorni, ma la gran pesca si suol fare nei giovedì, perchè in quel giorno accorrono cavallanti da tutte le parti e vogliono riempire i cestoni, che hanno sospesi al basto.

Si prepara nelle pescherie una gran quantità di muggini secchi, di bottarghe e di anguille salate, massime quando accade che gli avventori non sieno in gran numero.

Il prezzo, al quale si suol comprare nelle peschiere, è di centesimi 30 la libbra; quello al quale si rivende varia secondo la distanza del luogo, dove si trasporta, perchè in stagione fresca vanno i cavallanti in Sassari e anche più in là. A quella città se ne portano grandissimi carichi anche in carrettoni.

Sebbene il prezzo della pescheria sia così tenue, tuttavolta accade in alcune che la somma della vendita ne’ giorni, che direm, di mercato, ascenda a più di lire 5500: il che può far intendere la grandissima abbondanza de’ pesci.

Nella Peschiera nuova posta a pochi passi dalla foce del fiume e però in comunicazione col mare si prendono pure pesci fini di mar vivo, lupi e palaje, e anche le sa-boghe, che sono una delizia nelle mense più sontuose.

La Peschiera nuova si disfa nel dicembre, perchè da quell’epoca cominciano le innondazioni del fiume, nè si rifà che nella primavera, quando cessa il pericolo delle medesime.

Popolazione. Si computa presentemente di anime 1047, distinte in maggiori di anni 20, maschi 315, femmine 312, e in minori, maschi 206, femmine 214, distribuite in famiglie 293.

Gli abitanti di s. Giusta sono di buon carattere morale, e laboriosi, nè si potrebbero notar d’altro che di bever troppo, se il vino non fosse per essi un rimedio e un antidoto contro l’umidità e la malaria. Aggiungasi che non è frequente quell’eccesso, per cui resti offuscata la ragione. Il sonno profondo non lascia sentire il pungiglione delle zanzare, che sono a sciami infiniti.

Le principali professioni sono l’agricoltura, la pesca, la pastorizia.

A’ mestieri più comuni sono applicate poche persone, nè vacano a’ medesimi esclusivamente di altre opere.

In ogni casa, dove sieno donne, è almeno un telajo.

Non mancano i notai e gli scriventi, che sanno scriver nulla di buono, ma che si fan pagare grassamente l’opera per goffe suppliche e lettere, che sono domandate alla loro penna.

Per gli accidenti di malattie non si ha che un solo flebotomo, il quale supplisce bene i medici, perchè fa quello, che essi nel giudizio della loro profonda scienza prescriverebbero, cioè salassa finchè l’ammalato il consenta o sia morto.

La scuola primaria essendo poco frequentata da’ ragazzi, e la istruzione dandosi con poco zelo e senza metodo (anche dopo l’istruzione della metodica) forse nessuno ha nella medesima imparato a leggere e a scrivere.

Le famiglie proprietarie sono molte, pochissime quelle che vivono in qualche agiatezza.

I pescatori lucrano più degli agricoltori e dei pastori, perchè lucrano in tutto l’anno. Gli appaltatori delle peschiere permetton loro la pesca sullo stagno e nelle paludi mediante un certo diritto e sotto certe restrizioni di tempo e di modo, così p. e. è vietata la pesca con la rete, e se dassene il permesso bisogna cedere la metà del pescato.

Agricoltura. I terreni di s. Giusta sono in gran parte sabbionicci, però un po’ magri e facili a inaridirsi, come quelli che i campidanesi d’Arborea dicono gregòri; quindi i frutti non sono molto abbondanti.

I numeri ordinarii della seminagione delle solite specie sono, starelli 700 di grano, 200 d’orzo, 250 di fave e poco di lino.

La fruttificazione comune ed ordinaria del 7 per il grano, del 10 per l’orzo, dell’8 per le fave.

I novali (narboni) che si coltivano con la zappa nelle migliori parti della landa di s. Anna, producono assai più, spesso al quadruplo de’ campi della vidazzone.

Il monte di soccorso è piuttosto in buono stato; sono però pochi i contadini che prendano il suo prestito.

Le vigne occupano una notevole superficie, e producono; ma la manipolazione poco saggia cagiona che i vini non abbiano generalmente la bontà, che si loda in quello delle altre vigne arboresi.

Sono in gran numero e di molte specie gli alberi fruttiferi, e si coltivano alcuni oliveti.

L’orticoltura è molto ristretta.

Pastorizia. Non è questa così estesa come pare lo permetterebbe l’estensione e qualità del territorio, e molta parte de’ pascoli si consuma da bestiame straniero.

Il bestiame manso numera buoi per l’agricoltura 150, cavalli 20, giumenti 115.

Il bestiame rude, vacche 300, capre 2000, pecore 3000, e piccol numero di porci.

Le pecore hanno nell’inverno ottimo nutrimento nella regione di Cirras; la cui superficie si può computare di miglia quadrate 4 1/2 tolti li stagnuoli. Questa regione comprende la terra interposta a due stagni di s. Giusta e del Sasso e quella parte di littorale che trovasi fra la foce del Sassu, quella del Tirso e il canale per cui lo stagno di s. Giusta comunica col mare nella imboccatura del fiume. La pastura della medesima si appalta ogni anno per lire 10,000 ai pastori delle Barbagie, che vengono a svernarvi con le loro greggie e vi restano sino al maggio.

Commercio. Il superfluo de’ prodotti dell’agricoltura e della pastorizia vendesi a’ negozianti d’Oristano.

Religione. Il popolo di s. Giusta è sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Oristano ed è servito nelle cose religiose da due preti, il primo dei quali ha il titolo di vicario.

Vi sono due chiese, una la parrocchiale ha per titolare s. Giusta, la quale ha dato il nome all’abitato, l’altra è sotto l’invocazione di s. Severa.

La prima è di antica costruzione, e divisa in tre navate da due ordini di colonne di marmo bianco con tetto di legname.

L’altar maggiore di forma vetusta ha la spalliera di legno dorato.

Eravi poco lume, perchè le finestre avean piuttosto somiglianza con feritoje; ora se ne sono aperte tre più larghe nella facciata a spese dell’arcivescovo Saba, il quale spese ancora per un pulpito di marmo, per una balaustrata della stessa materia al presbiterio, per una nuova sagrestia, e fornì questa di molti articoli necessari nel culto.

Le antiche pitture, che certamente non mancavano, essendo state tolte e distrutte, ora non vi è altro dipinto osservabile, che il quadro rappresentante le tre vergini sorelle, Giusta, Giustina ed Enedina, opera del pittore Caboni di Cagliari e dono del P. Collu, religioso spedaliere.

La festa principale è per la titolare, ed è bello vedere la processione, dove vanno in ischiera i gioghi con le corna circondate di ellera e mito e con bella collana di campanelli.

In occasione di questa e di altre feste vi concorre gran numero di ospiti da’ paesi vicini, e in ogni casa si tiene tutto il giorno preparata una tavola ben provveduta di pan di semola picchettato a zafferano, di formaggio e vino.

Quando gli ospiti se ne partono si fa loro un presente di quel pane per portarlo alle loro famiglie.

Si usa ancora nella vigilia della festa mandare in regalo questo pane a quelle persone, verso le quali si ha dell’amicizia o debito di riconoscenza.

Siffatto costume di tenere la tavola, così preparata per ristoro degli ospiti, è generale in tutto il campidano arborese e si osserva pure in altri luoghi. Il preparativo non è mai inutile perchè non mancano di venire alcuni di quelli che in uno o in altro paese, in occasione di qualche festa principale, abbiano loro dato ospizio. V’è reciprocità, e ciascuno cerca di far onore al suo ospite nel miglior modo.

Nella chiesa parrocchiale di s. Giusta, sotto il presbiterio, è una camera o santuario, come dicono, la cui volta è sostenuta da colonne; e vuolsi che ivi sia stata imprigionata la santa martire, e siavi pure stata flagellata a sangue dai manigoldi, affermando alcuni in tutta serietà che certe vene rossigne del marmo delle dette colonne si sieno formate dagli spruzzi delle vene della Vergine.

Cose più strane sono ancora spacciate a creduli intorno a certo canale, o galleria, che apresi a un canto di questa camera, dove non si può entrare che carponi, e nessuno entra, perchè altri che osarono entrarvi (come credesi) non poterono più ritornare indietro: diceria non diversa da quella che odesi in Cagliari tra la plebe in rispetto del pozzo delle carceri di s. Efisio.

Un’altra antica leggenda che riguarda s. Giusta e lo stagno, immaginata da’ fabbricatori o interpolatori degli atti del martirio di s. Giusta, è questa che dove ora è lo stagno sorgesse un’antica città, nominata Eden, la quale per i suoi peccati meritò di essere sprofondata; e sebbene di questa città non si trovi nell’antica biografia alcun cenno, tuttavolta alcuni pure, che hanno qualche sapere, ma pochissimo giudizio, credono sia questo un fatto storico, e vederne le prove in certe vestigie di fabbricati che si vedono sotto le acque. Io non ho veduto altro che le vestigie dell’antica strada (romana) che da Oristano (Othoca) correva a Marceddi, Nabui o Nabuli, come or dicesi l’antica Neapoli, e non ho mai avuto la curiosità di esplorare, perchè ho pensato che quelli non fossero altro che fondamenti di case antiche, e che quel braccio di stagno, che circonda il capo del paese, sotto il poggio della parrocchiale, siasi potuto fermare in tempi posteriori per varie cause, anche esclusa quella d’un avvallamento del terreno.

Il Fara ammise esso pure l’indicata favola scrivendo seriamente nella sua corografia nell’articolo De Sanctae Justae civitate et diocesi, che nel secondo miglio romano da Oristano fu già l’antica città che egli appella Hiade, la quale dedita al culto degli idoli restò prodigiosamente distrutta ed inghiottita dalle onde; favola simile a quella, che avea già notata sotto l’articolo De Sassaris Dioecesi, sopra il lago di Barace, borgo della Nurra, subissato per sprofondamento del suolo e ricoperto dalle alluvioni.

A me pare più probabile che dove or è la prigione che dicono di s. Giusta e la chiesa, sia stata la di lei abitazione, e che il martirio l’abbia sofferto in Othoca, dove certamente era il tribunale e si eseguivano le sentenze.

Ciò che piuttosto è da osservare in quel santuario sono certe reliquie del tempo, in cui la presente parrocchiale era cattedrale, e sono esse alcune mitre meschinissime, una pianeta, che non era molto ricca, e un bacolo pastorale di legno, argomenti della povertà, in cui viveva l’ultimo vescovo, ma non di quella de’ suoi predecessori, massime quando fioriva il regno di Arborea, sapendo noi bene che se le rendite dell’arcivescovo di Cagliari nella metà del secolo XVI, quando le condizioni cominciavano a migliorare, non eccedevan di molto i mille ducati, quelle di un vescovo d’una piccola diocesi dovevano essere una cosa da nulla nel tempo, in cui vide il governo la necessità di sopprimere tanti vescovadi, facendo le riunioni che furono fatte.

L’ultimo vescovo di s. Giusta fu Gaspare Torrella, di Valenza in Spagna, il quale certamente non conobbe mai la sua cattedrale, contento del titolo e degli ornamenti episcopali, sebbene poco satisfatto dalla prebenda.

Cessò la serie de’ vescovi di s. Giusta e la diocesi fu unita a quella di Oristano in virtù della bolla di Giulio II, data sotto gli 8 dicembre 1503, e confermata poi con altra di Leone X del 15 luglio 1515.

La diocesi di s. Giusta comprendeva tre contrade, curatorie o parti, come si dicevano gli antichi cantoni, distretti, o dipartimenti politici del regno d’Arborea e degli altri, ed erano questi la Parte Guilcieri, il Baricadu, e la Barbagia Ollolai.

La Parte di Guilcieri, detta poi Parte Cieri, conteneva le popolazioni di Guilarza, Abba santa, Aidu, Paule, Domus-novas, Nurguillu, Tadasune, Suuri, Sedilo, Sella, Solli, Borone, Ustedi, o Usthei, Urri, Boeles, e Guilcieri antico capoluogo del dipartimento.

La Parte Baricadu, o Varicatu, avea quelle di Serratile, Leunelli, Alari, Uta, Bidoni, Nucetu, Ardaule, Busaqui, Villanova-Truvischellu e Fortrangianos antica città.

La Parte Ollolai comprendeva quelle di Ollolai, antico capoluogo di dipartimento, Oltai, Gavòi, Mamuiata, Ovoddo, Lodine, Fonni.

A questi aggiungansi i seguenti paesi già distrutti, che erano compresi ne’ detti cantoni.

In Parte Guilcieri Rudu, Donnigala (corte dominicale, patrimonio del Principe, come deve intendersi di tutti gli altri luoghi così nominati), villa di s. Pantaleo, villa di s. Serafino (le quali ville forse avevano un proprio nome), Barruy, Nurgi, o Nùrigi, e Nordai.

In Parte Barigadu, Perrapu, Lori, Dudauri, Denuche o Denugue, Maddanunis, Barbargiana, Tippi, Studia, Gari, Ulmedu, Orruinas, Orogassu, Uras, Esbodes, Liqueri, Boletina, Juci, Noedani, Sorrei, Loddu, e in territorio di Leunelli (Leonelli) Montisanlu-Jossu, Inoduda, Sorrai, Sacramenta, Olisagy.

In Barbagia Ollolai Sorobile e Donolay.

Messe così in computo tutte le popolazioni, che erano contenute ne’ tre nominati dipartimenti su’ quali era estesa la giurisdizione del vescovo di s. Giusta, risulta che quella diocesi era composta di parrocchie sessantasette, non compresa quella di s. Giusta, la quale in principio era parte della diocesi tarrense.

Il Fara nella sua corografia divise la curatoria del Baricadu in due parti, sottoponendone una, e la più piccola, perchè non avea più che Serradile e Leunelli, co’ paesi distrutti che sono nel loro territorio, al vescovo di s. Giusta, l’altra all’arcivescovo di Oristano; ma questo spartimento fu senza dubbio un fatto posteriore, come possiam dedurre dal vedere che tutte le diocesi ebbero sempre intiere le curatorie, non essendo di siffatti smembramenti che due soli esempii, il presente e l’altro della Marmilla, che in principio apparteneva tutta al vescovo d’Uselli, e che poi fu smembrata in favore dello stesso arcivescovo di Oristano, non saprei dire se nel tempo dei giudici o dei re d’Aragona, così nell’amministrazione politica la curatoria del Guilcieri fu divisa, dopo cessato il governo nazionale dell’Arborea, in due parti, una denominata Reale, perchè restò sotto l’immediata giurisdizione reale, l’altra distinta con l’aggiunto di Canales, che fu data in feudo.

Ho detto che la parrocchia di s. Giusta era in principio parte della diocesi tarrense, e confermando questo or soggiungo che allora ne fu separata, quando vi si volle stabilire la sede del vescovo; nel modo stesso che la villa di Suelli, la quale in principio del vescovo di Dolia, fu tolta a questi, quando il giudice di Cagliari la diede per seggio al vescovo barbariense.

E la ragione dello stabilimento della cattedrale in

s. Giusta è la stessa per cui fu traslocata in Suelli la sede del vescovo di Barbagia; perchè se il vescovo barbariense fu voluto dal principe in Suelli per esser più vicino alla corte e potervi accorrere a’ consigli; anche il vescovo che si traslocò in s. Giusta fu voluto ivi per esser più vicino al seggio del principe in Tarro e poterlo opportunamente consigliare, già che in quei tempi di profonda barbarie essendo i vescovi i soli consiglieri, ne’ quali potevano aver fiducia i governanti, era necessario che i medesimi fossero vicini alla corte; nel che, secondo che altrove ho notato, si ha la ragione della vicinanza di molte cattedrali alla residenza del principe; e come il regolo di Logudoro avea vicini i vescovi di Castra, Guisarco, Plovache e Sorra; quello di Plumino, i vescovi di Cagliari, Dolia e Suel

li: così quello di Arborea avea vicini i vescovi di Tarro, di Terralba e di s. Giusta, i quali ultimi senza grande incomodo potevano portarsi in Tarro traversando, quello lo stagno di Sassu, questo lo stagno di s. Giusta, quindi traversando il golfo.

Cotesta traslocazione si fece senza dubbio, quando, espulsi i saraceni, i giudici di Plumino e di Arborea si stabilirono in Cagliari e in Tarro, o non molto dopo.

Resta la questione, qual fu dunque la prima residenza del vescovo, che sedette dopo quell’epoca in s. Giusta? È facile di satisfare a tal questione. In mezzo alle parrocchie della diocesi di s. Giusta è Fortrangiani, e se questa città fu certamente sede d’un vescovo, non si può dubitare che il vescovo che si stabilì in

s. Giusta venisse da Fortrangiani e fosse successore de’ vescovi di Forum Trajani, uno de’ quattro episcopati sardi, dei quali è memoria nel secolo V, quando Unnerico chiamava i vescovi cattolici del suo regno a consiglio in Cartagine per definire co’ prelati ariani le controversie sulla fede. Martini tom. I, p. 91.

In santa Giusta fu nell’anno 1226 celebrato un concilio nazionale con intervento di tutti gli arcivescovi, vescovi e prelati minori della Sardegna sotto la presidenza di Gotofredo, governatore di Roma, suddiacono e cappellano del papa Onorio III, legato della Sede Apostolica in Sardegna e Corsica; e ne furono pubblicate le costituzioni addì 15 novembre.

Siccome ne’ molti suoi canoni si trovarono disposizioni, che rischiarano le condizioni morali della Sardegna in quell’epoca, noi ne faremo un cenno per far cosa grata ai lettori.

I. Nella sostituzione degli arcivescovi e vescovi nascevano frequenti discordie tra gli elettori e spesso avea luogo la coazione e operavano efficaci influenze; però con l’approvazione del concilio stabilivasi che, dovendo farsi una elezione, fosse questa sorvegliata, da suffraganei se si dovea nominare un arcivescovo, dal metropolitano se dovea provvedersi a un vescovado, e, impedita ogni simonia e ogni influenza, che potesse mutare il proposito degli elettori, fosse operata nella loro presenza una elezione pura e canonica, e praticata da’ capitoli, a’ quali di diritto spettava l’elezione, la forma prescritta nell’ultimo concilio lateranese – Che l’eletto non avesse meno di 30 anni, fosse nato da legittimo matrimonio, e commendevole per vita e scienza – che colui, il quale consentisse alla sua elezione non canonica fosse tenuto ineleggibile – che se, chiamato alla elezione, non intervenisse l’arcivescovo o i vescovi, non pertanto procedessero alla elezione quelli che avessero il diritto dell’elettorato.

Da che si ricava che il diritto dell’elezione de’ prelati maggiori della chiesa era esercitato dai capitoli, e che non avea il principe il privilegio della nomina, come parve ad alcuno. Però se il Papa nominò qualche volta secondo il suo arbitrio, ciò che deve essere accaduto quando non si potè approvare la elezione de’ capitoli.

II. Che nelle elezioni si osservassero i canoni, i privilegi e le consuetudini in vigore presso i collegi delle chiese: e in rispetto ai chierici, che, acciò questi non fossero obbligati e soggetti più a’ laici, che a’ loro vescovi, e non fosse luogo alla simonia nè all’influenza laicale, nè alle frodi per parte degli stessi chierici; però dovessero i medesimi essere eletti alle prelature minori da’ loro vescovi, così però che avendo la chiesa patroni laici il vescovo non li nominasse e istituisse a loro insaputa, ma non badasse al loro dissentimento, anzi li reprimesse con le censure, se facessero opposizione, come faceasi in Sardegna da’ vescovi per consuetudine lodevole.

III. Perchè i chierici pisani, soggiornanti in Sardegna e ancora in Pisa, favoreggiavano con tutti i loro mezzi il reprobo Ubaldo, impugnando i decreti della chiesa romana; e perchè dalle prelature de’ medesimi non proveniva alcun vantaggio alle chiese nè all’isola, bensì danno, perchè ridestavano guerre e discordie e tentavano con arti continue, e con più insistenza de’ laici pisani, come potessero soggiogare al dominio del loro comune la Sardegna, che pure apparteneva alla chiesa romana, come constava dal censuale; però si decretava che nessun chierico della chiesa pisana o del suo contado e distretto potesse esser promosso in Sardegna a canonia o governo di parrocchie o ad altra dignità senza speciale licenza del Papa o del suo legato, finchè restassero ribelli alla romana chiesa i pisani e i castrensi, cioè gli abitanti di castello Castro di Cagliari (che anche oggidì comunemente nel volgo chiamansi non cagliaritani, ma castellani costeddaius); che qualunque elezione fatta contro il prescritto fosse nulla in virtù di questa disposizione, gli elettori e collatori dei beneficii fossero per un biennio privati dal beneficio, e per quella volta non potessero nè eleggere nè conferire il beneficio, eccettuando però gli abati e priori che fossero mandati nell’isola per custodirvi le case religiose.

IV. Che nessun vescovo osasse conferir gli ordini a chierici subordinati ad altro vescovo senza le sue commendatizie, o ad un servo, se il suo padrone non ne fosse avvertito, ed o consentisse o lo emancipasse. Quindi proibivasi assolutamente di ordinare alcun chierico, schiavo d’una chiesa, senza licenza del suo vescovo.

V. Restando inosservati i decreti canonici, per i quali era vietato che i figli de’ preti, e altri nati dalla fornicazione, potessero promoversi a’ sacri ordini; perciò ad abolire quella pessima corruttela, frequentissima nell’isola, dove senza discrezione si promoveano agli ordini quanti li volessero ricevere, si decretava che i figli de’ sacerdoti e i nati dalla fornicazione non fossero ordinati senza il consenso de’ superiori prescritto da’ canoni.

VI. Che i vescovi provvedessero alla sussistenza de’ chierici che avessero voluto ordinare, se questi non avessero un patrimonio sufficiente.

VII. Per togliere l’enormità dell’incontinenza de’ preti, il cui scandalo tanto era comune e grave in Sardegna, che nell’ordine chiericale non parea la lascivia minore, che fosse ne’ laici, decretavasi con approvazione del concilio che se il prelato (rettore) di alcuna chiesa osasse ritenere in concubinaggio pubblico una donna libera, la metà della prole nata da essi competesse al vescovo diocesano (cioè fosse schiava), l’altra metà al signor della terra; e se la detta concubina dopo l’ammonizione non si separasse dal prelato entro un mese, trascorso quel termine fosse fatta ancella de’ predetti, vescovo e signore.

Se il prelato ritenesse presso di se in palese incesto l’ancella d’alcun privato, il vero padrone dell’ancella fosse in presenza di persone idonee ammonito dal vescovo diocesano a richiamarla dentro un mese da quella nequizia, e negligendo fosse punito con la perdita del suo diritto sopra lei e la metà della prole appartenesse al vescovo superiore del cappellano, l’altra metà al signor del regno.

Se un prete, o prelato, generasse dalla propria ancella, il parto dovesse appartenere alla sua chiesa, la serva diventasse schiava del vescovo, nella cui diocesi amministrasse quel sacerdote.

Se un cherico fosse costituito negli ordini sacri, ma non avesse amministrazione, l’ancella apparterrebbe al vescovo, il parto al signor regno, ed il prete sarebbe privato del beneficio e dell’ufficio; parimente se l’ancella fosse del prete: che se fosse di qualche chiesa, ed ammonita dal prelato non si emendasse, allora diventerebbe schiava del vescovo. Questa disposizione estendevasi agli abbati, priori ed altri prelati che avessero sotto di sè de’ cappellani, i quali delinquissero nel modo preveduto. Se un cherico costituito in ordini sacri persistesse in pubblico adulterio e fornicazione ed ammonito non cangiasse tenore, sarebbe privato dell’officio e del beneficio.

VIII. Che i cherici non nutrissero nè la chioma, nè la barba, ma tosati e pettinati portassero una decente corona e chiuse le vestimente; che nella chiesa per i suoi officii usassero la cappa senza il cappuccio laicale, ovvero la cotta… Leggessero distintamente e salmodiassero cantando, non per aver il plauso degli uomini, ma per onore di Dio. Che non usassero zanche e calzari rostrali, od a becco; che i vescovi non si togliessero il berretto per nessun laico, nè si inclinassero piegando il ginocchio, nè cavalcassero sopra selle sardesche (sellas sardiscas): che i contravventori dopo vana ammonizione sarebbero sospesi dall’officio.

Non è ovvia ragione, che abbia causato questo decreto. È però probabile che fosse nel troppo pregio e pompa delle selle usate da’ principali dell’isola, le quali solevano essere di gran lusso. In fatti negli atti della visita di Federigo Visconti, arcivescovo di Pisa, praticata in Sardegna nell’anno 1263, nella sua qualità di primato di Sardegna e di Corsica, leggiamo che questi avendo ricevuto in dono dal giudice di Arborea un palafreno bianco con una sella sardesca di molte correggie (pallafridum album cum nobilissima sella sardisca multarum corrigearum valente lib. 15) che esso giudice era solito cavalcare nelle grandi solennità del regno, la mandasse in dono al vener. padre signor Ottobono di s. Adriano, diacono degnissimo cardinale.

IX. X.

XI. Che la malizia de’ subordinati essendo più feroce in Sardegna che altrove contro i proprii pastori, contro i quali è usato il pugnale ed il veleno, od altro mezzo mortifero però nessun cherico osasse quindi portare nè verghe (sorta d’arme a punta di ferro), nè coltella, se pur non fossero spuntate, acciò non avesse il modo di attentare contro il proprio prelato, e togliergli la vita o disarmarlo; che ove alcuno delinquisse così barbaramente e sacrilegamente, fosse privato dell’officio, degradato e consegnato alla giustizia del signor della terra; di più che nessuno della sua generazione sino al quarto grado, fosse ammesso all’ordine chericale.

Si proibiva nello stesso tempo che i servi d’alcuna chiesa portassero in presenza de’ loro signori, verghe, o coltella; se pure non cavalcassero accompagnandoli. Se per malizia del diavolo ferissero mortalmente o gravemente i loro padroni (cherici), e cadessero in potere del signor della terra, fossero abbandonati alla sua giustizia. Se fossero presi dal vero padrone, restassero privati de’ beni, legati con catene di ferro, in una segreta per sette anni a pane ed acqua e stretti da pesanti ceppi passassero il rimante della vita, obbligati agli officii più vili e turpi della casa.

XII. Si ricordava il decreto del concilio Lateranense, che volendo provvedere all’immunità ecclesiastica contro coloro che osavano aggravare le chiese, i suoi ministri ed i loro beni, di taglie, esazioni, ec., avea fulminato la scomunica in odio di costoro e de’ loro fautori; quindi perchè i signori di terre, i curatori ed altri loro officiali opprimevano in molte maniere e le chiese, i ministri, i servi, le ancelle ed i loro beni, obbligandoli ad alloggi, dazi, collette, esazioni, togliendo ad essi i cavalli e le cavalle, estorquendo da’ servi e dalle ancelle delle chiese la metà del vino che annualmente raccoglievano dalle terre dei loro padroni, e costringendoli a faticare con le loro persone, buoi, carri, ad arare, mietere, portar pietre, cemento, legname, e ad altro ancora, in servizio del regno, o piuttosto di loro stessi; di modo che veniva loro tolto quel poco che aveano … però si poneva contro chi commettesse tali ingiustizie la pena della scomunica. – Soggiungevasi, che ove il vescovo co’ suoi cherici riconoscesse grande la necessità, o l’utilità, che le chiese contribuissero senza coazione, per non essere sufficienti le facoltà de’ laici, alla comune necessità ed all’utilità pubblica, il signor della terra ricevesse i sussidi devotamente ed umilmente, e ne rendesse grazie. Tuttavolta per reprimere la temerità di alcuni imprudenti, fosse consultato anzitutto il romano Pontefice, cui spettava di provvedere alle utilità comuni.

XIII. Che essendo le primizie, le decime, i testamenti in favor delle chiese, e le offerte per i defunti, tributi e debiti, sotto pena di scomunica tutti i laici, non ostante la consuetudine che allegavano, dicendo che non era costume di pagare tali cose (le primizie e decime), dovessero pagare devotamente, umilmente, interamente, e senza farsi più volte domandar quelle, che per buon diritto devon dare.

XIV. Perchè i cherici non patissero danno nelle loro giustizie (cioè diritti o privilegii), si decretava che non litigassero, nè rispondessero in tribunale secolare sopra testamenti fatti in favor della chiesa, ma proseguissero le loro giustizie (i diritti) in faccia al vescovo, od al giudice da lui delegato. Lo stesso dovesse farsi nelle differenze de’ cherici fra loro, sotto pena di sospensione dall’officio.

XV. Che se qualche libero fosse rimasto per un anno sotto la scomunica senza voler satisfare alle colpe, per cui era stato scomunicato, gli fossero allora confiscati tutti i beni, e questi appartenessero al regno al quale quelli fossero soggetti. Che in simil modo fossero puniti i servi delle chiese per simil causa dai vescovi.

XVI. Che rimanendo sotto scomunica, non fossero ammessi nè alle curatorie, nè alle armentarie come mandatarii, nè … ad altri offici … Il cherico in simil caso fosse più gravemente punito secondo le sanzioni canoniche.

XVII. Ai giudici (sovrani), tenuti alla vendetta dei malfattori, ed alla protezione dei buoni, come spada e tutela della chiesa, era comandato sotto pena di scomunica, che essendo richiesti dai metropolitani o diocesani per la suddetta vendetta o tutela, si adoperassero con diligenza in tale officio, e che raccomandassero ai loro subordinati di osservare, e far osservare gli statuti, che i metropolitani col consiglio dei loro vescovi nelle conferenze provinciali avessero ordinato, o stimassero ordinare sullo stato della chiesa e la riforma…

XVIII. Che dove alcuno si congiungesse matrimonialmente con una donna nei gradi proibiti dall’ultimo concilio Lateranense, fosse scomunicato insieme con la donna, e respinto da tutti gli onori ed offici del signor della terra e della corona.

XIX. XX. ...

XXI. Che gli arcipreti abusando di loro autorità, non prendessero partito nei maggiori negozii della casa senza aver prima deliberato. Che i canonici, come a maggiori secondo Dio, si mostrassero rispettosi ed unanimi agli arcipreti, e vivessero e dormissero, e mangiassero insieme. Che a toglier ogni sospetto, e ad escludere qualunque frode, gli arcipreti d’accordo coi loro canonici, eleggessero dei camerlinghi che in certi tempi rendessero ragione alla comunità della loro gestione.

XXII. Che se un cherico non avesse posseduto casa, vigna, poderi, schiavi, ancelle, animali, ec., prima di esser assunto al reggimento d’una chiesa, o se prima di sua morte non avesse fatto constare al suo vescovo che gli acquisti da lui fatti mentre amministrava, non fossero stati fatti con mezzi proprii della chiesa, i suoi beni dovessero essere applicati alla chiesa da lui servita, nè fosse ammessa alcuna prova del suo erede.

XXIII. Che se alcun cherico idoneo agli studi volesse andare nel continente per studiarvi le scienze sacre, se gli dessero intieri i frutti del suo beneficio, purchè a sue spese avesse provveduto di persona idonea al servizio della chiesa. Che per l’istruzione degli altri cherici fosse chiamato nella chiesa metropolitana un dottore idoneo nella grammatica.

XXIV. Che tutti i liberi, così maggiori come minori, permettessero alle loro mogli almeno nelle domeniche ed altre solennità, di visitare la chiesa per causa di preghiera o di penitenza.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Santa Giusta
14 Maggio: Santa Giusta, festa della Santa patrona
Agosto: Regata de “Is fassonis” - La regata si svolge nello Stagno di Santa Giusta. Is Fassonis sono antiche imbarcazioni costituite da fasci di giunco intrecciati, utilizzate dai pescatori per gli spostamenti nella laguna
Ultima domenica di Settembre: Santa Severa